TORO: IL VECCHIO CUORE GRANATA!
20 GENNAIO 2015, ORE 06,00
IL TORO MERITA DI PIU'!
Oggi il nostro Bar virtuale mette da parte le vicende di casa viola per parlare di una squadra e di una tifoseria a cui va una grande fetta del nostro cuore; parliamo della Torino buona, quella genuina e sportiva, quella dei nostri fratelli granata.
L'ERA POST TRAGEDIA DI SUPERGA
Il Toro, la squadra italiana per eccellenza e trascorsi storici, sono anni che non trova un minimo di pace e stabilità e tanto per farsi un'idea di ciò che stiamo parlando ripercorreremo velocemente la storia del Club a partire dal Grande Torino in poi.
Come se fosse finito sotto la tenebrosa cappa di un rito voodoo, a partire dal 4 Maggio 1949, ossia il tristissimo giorno dell' immane e dolorosa tragedia di Superga, come dicevamo precedentemente sono veramente pochi i periodi a medio o lungo termine in cui l'unica squadra di Torino ha potuto veramente godere della serenità che meriterebbe chi ha già dato tanto al fato.
Ma invece le cose sono andate in modo diverso e di serenità in casa granata manco a parlarne.
Incrociando due dati statistici e più precisamente iniziando dal ventennio 1950/1960, abbiamo notato che il Toro, eccetto per una retrocessione in Serie B avvenuta alla fine della stagione 1958/1959, ha si vivvacchiato tra campionati di metà classifica e altri un po' più rischiosi, ma ha sempre e comunque pur mantenuto la massima categoria e in più, nel 1968, ha vinto la sua ottima terza Coppa Italia il che, al netto di tutto, non fu per nulla impresa da poco e di seguito vedremo anche perchè.
Infatti il Toro, nell'imminente epoca dopo il favoloso regno dello storico, pluridecorato e inarrivabile Presidentissimo Ferruccio Novo, terminata nel 1953, non riusci più ad avere una proprietà con le idee giuste e un minimo di consistenza economica, tanto che in una decina di anni, tra comitati di reggenza e/o esecutivi che dir si voglia, furono addirittura sei i Presidenti che occuparono la prestigiosa e storica poltrona della società più gloriosa al mondo.
Del resto, con una situazione del genere, una squadra da rimettere insieme dopo una simile tragedia e con tutti quei continui cambi di dirigenza, per quelli del Toro era letteralmente impossibile anche solo ipotizzare un minimo di programmazione, figuriamoci una rinascita o sogni proibiti come quelli di rinverdire i fasti del recente passato, anche perchè se in quel periodo già era difficile agire concretamente con una testa sola, benchè meno fu possibile farlo mediante certi comitati reggenti o Presidenti che entravano e uscivano dalla sede granata come se fosse il Grand Hotel. Del resto la situazione post Superga non poteva altro che essere complicata da gestire ma rimettersi in piedi fu dura davvero e pertanto il decennio 1953-63 se nè volò via senza infamia e senza lode con quelli del Toro alla ricerca del bandolo della matassa. Poi le cose cambiarono finalmente in meglio grazie all'arrivo di un uomo che di lì a qualche anno rinverdirà i fasti del Toro: cade l'anno 1963, è l'inizio dell'era di Orfeo Pianelli.
L'ERA DI ORFEO PIANELLI
Di Pianelli sappiamo che era un uomo semplice e determinato, un uomo tutto di un pezzo che, partito dalla provincia di Mantova, salì poco più che bambino alla volta del territorio Torinese dove crebbe facendo il muratore e successivamente l'operaio della Fiat. In parole povere Orfeo Pianelli si fece tutto da solo dando il la ad una storia veramente di altri tempi che lo vide da dipendente degli Agnelli prima a prezioso collaboratore degli stessi poi, questo grazie ai macchinari meccanici ed elettrici costruiti dai due soci "Pianelli & Traversa", quest'ultimo anch'egli un ex dipendente Fiat.
Con la fondazione della Pianelli & Traversa, per i due ex operai della Fiat pian piano aumentarono anche le commesse e finalmente la ditta si ritagliò uno spazio sempre più importante nello specifico settore di mercato in cui la Fiat, con le sue molte catene di montaggio, era ovviamente il cliente di riferimento.
E fu così che una volta cresciuta la Pianelli & Traversa, e conseguentemente anche la popolarità di coloro che la gestivano, all'inizio degli anni 60 a Pianelli viene proposto di rilevare il pacchetto di maggioranza del Torino Football Club. In quel periodo l'Italia, aveva finito già da qualche annetto di leccarsi le ferite post guerra e pertanto stava vivendo in pieno il famoso boom economico, tanto che il paese faceva registrare una crescita annuale costante e a due cifre. Dunque, grazie anche a tutte queste favorevoli congiunzioni economiche, fu così che Pianelli accettò di buon grado la proposta, ben convito di poter dare un serio contributo affinchè il Toro e il suo meraviglioso popolo potessero finalmente rialzarsi e tornare a sognare. E infatti, dando un'occhiata alla storia dell'era Pianelli alla guida del Toro, possiamo notare che dopo una serie lunga sette anni di campionati più che tranquilli e dopo aver conquistato il primo trofeo di rilievo dai tempi del Grande Torino (la Coppa Italia del 1968), la squadra granata aveva ripreso decisamente vigore, andando ad occupare posizioni di classifica decisamente più consone al blasone di un Club del genere. A seguire il Toro rimase sulla linea tracciata un paio di anni prima iniziando decisamente bene gli anni 70: ancora una vittoria in Coppa Italia, ma più che altro dando chiari e ampi segnali che dalle parti di Torino stava nascendo qualcosa di importante. Giunto a quel punto il Presidente Pianelli si rese conto di avere tra le mani un diamante grezzo su cui lavorare con profitto e pertanto decise di dare una svolta al suo ruolo di dirigente sportivo. Di lì a poco il progetto rilancio del Toro ebbe inizio e grazie ad alcune intuizioni geniali e la sua grande passione, Pianelli fece arrivare sotto l'ala del mitico Capitano Ferrini alcuni giocatori giovani ma molto, molto interessanti. Pianelli inizia a portare a Torino giocatori come Claudio Sala, acquistato dal Napoli per ben 480 milioni di lire, e a tirare su come figli campioni in erba come Paolino Pulici Puliciclone (o Pupigol) e Luciano Castellini, detto il "Giaguaro", ma anche altri giovani come Aldo Agroppi, Roberto Mozzini, Natalino Fossati e Angelo Cereser, a cui vennero aggiunti anche giocatori navigati come Gianni Bui per creare il giusto mix tra gioventù ed esperienza.
Dopo un secondo posto a pari merito con il Milan ottenuto nella stagione 1971-72 ed essersi insediato stabilmente a ridosso dell'alta classifica, il Toro fa il salto di qualità e grazie all'approdo in squadra di Eraldo Pecci, Patrizio Sala, Renato Zaccarelli e Ciccio Graziani, il tasso tecnico e dinamico della squadra si eleva ai massimi livelli, tanto che nel 1975-76, al culmine di una lunga cavalcata contro i rivali di una vita, il Toro si laurea campione d'Italia con due lunghezze di distacco dai ladri juventini.
E' l'apoteosi di una tifoseria ma non solo, anche perchè c'è da dire che quello scudetto, ricordato in primis per i notevoli meriti sportivi del Toro e per la gioventù e la freschezza del suo gioco, assunse anche contorni extra calcistici, questo alla luce del fatto che eravamo alla metà degli anni 70 e che l'Italia stava attraversando un periodo molto difficile grazie ai primi e giusti malcontenti da parte degli operai delle fabbriche, malpagati e senza alcun tipo di sicurezza sui posti lavoro. In quel periodo cruciale per il paese, alcuni movimenti organizzati e non iniziarono a farsi largo in tutto lo stivale dando il via a quella che fu una vera e propria lotta di classe mediante la quale furono ottenuti tutti i diritti dei lavoratori che pochi giorni fa il Premier Renzi ha deciso di tirare nel bìdone dell'immondizia.
Quindi Torino esplose letteralmente per più di un motivo. La città si riversò per le strade inneggiando non solo a quella grande squadra ma anche con l'orgoglio di chi l'aveva messo nel sedere alla famiglia Agnelli, in quei tempi già profondamente radicata, e da molti anni, nelle stanze dei bottoni della politica e del calcio.
Vinto lo scudetto, gli anni 70 proseguirono verso la fine con il Toro che poteva vincere almeno un'altro titolo italiano, ma che per i motivi di cui parlavamo prima (i ladri bianconeri) non gli fu permesso. Poi, a cappello, ci fu un'ulteriore secondo posto e anche un terzo, ma infine arrivarono gli anni 80 e con loro, purtroppo, anche la fine del ciclo di quella splendida squadra.
Luciano Castellini era già andato a Napoli da un paio di anni, l'ottimo Mozzini invece all'Inter e quindi, nel 1981, anche Ciccio Graziani e Eraldo Pecci, convinti dalla famiglia Pontello, lasciarono il Toro per approdare a Firenze. Nel giro di un paio di stagioni la squadra aveva perso quattro giocatori fondamentali, oltreché dei vitali punti di riferimento nei vari reparti e a quel punto, motivare quel che restava del gruppo non era e purtroppo non fu facile. Claudio Sala, Zaccarelli e Danova, nonostante le offerte di mezza serie A, scelsero di restare in granata ma la crisi economica della Pianelli & Traversa, che la portarono inevitabilmente al drastico taglio degli investimenti dedicati al sodalizio granata, e il ricambio generazionale della squadra che non riuscì prettamente al meglio, nel giro di poco tempo costrinsero il club granata a perdere gradualmente posizioni in classifica e la squadra, dopo dieci anni vissuti da leader, tornò nella fascia dell'anonimato. Il popolo granata ovviamente non digerì molto bene quella involuzione tecnica e finanziaria del Club e pertanto si risenti in maniera decisa con la dirigenza dell'epoca. fino a quando, dopo alcuni mesi di discussioni e qualche focolaio di contestazione, nel 1982 Orfeo Pianelli lascia per sempre il Toro. Fu la fine di un'era bellissima, vincente e sportivamente esemplare.
Con l'addio di Pianelli infatti si consumò la fine di un epoca frizzante e giovane che vide il Toro come una delle migliori squadre italiane del dopoguerra, senza tralasciare il fatto che Orfeo Pianelli è tuttora il Presidente che vanta la gestione più longeva della storia granata e che, dati alla mano, con i suoi 19 anni andò oltre anche a quella del grande Ferruccio Novo, secondo con 14 anni di presidenza.
Ceduto il Toro Pianelli si ritirò dal calcio e tornò a seguire in pieno le sorti della sua azienda, poi dopo alcuni anni di riposo più o meno tribolati, nell'Aprile del 2005, all'età di 85 anni, Orfeo Pianelli morì a causa di alcuni problemi di salute. Finito lui, l'ultimo Presidente granata di lungo corso, il Toro si apprestò a vivere una lunga era buia che vide il Club passare di mano in mano a gente a dir poco discutibile fino al fallimento del 2005.
DAGLI ANNI OTTANTA AI 2000 E IL DECLINO
Successivamente l'immediato dopo Pianelli ebbe il nome dell'imprenditore metalmeccanico Sergio Rossi, fondatore e titolare della Comau, in soldoni un'azienda facente capo al gruppo Fiat. Il Presidente Rossi iniziò sostanzialmente bene il suo percorso avvalendosi di collaboratori come il dirigente Luciano Nizzola, che poi diverrà prima Presidente della Lega italiana e poi anche della FIGC, e udite, udite, l'allora rampante Luciano Moggi in veste di direttore sportivo. Tuttavia la gestione Rossi non durò molto, circa 5 anni, di cui almeno 3 più che positivi e che videro il Toro conquistare un 2°, un 4° e un 5° posto, una semifinale di Coppa Italia e un quarto di finale di Coppa Uefa.
Poi il giocattolo si rompe, la situazione economica del Club inizia a scricchiolare e nel 1987 il trio Rossi, Nizzola e Moggi lascia il Toro, a dire il vero in condizioni non proprio ottimali.
Da quel momento in poi a Torino si vedrà di tutto e di più con svariate proprietà che a turno e per pochi anni si insedieranno in Via dell'Arcivescovado, tutte con un rigoroso filo conduttore; la speculazione, ma anche molto altro.
Anche stavolta l'ennesimo punto e a capo inizia molto bene perche il Toro finisce nelle mani giuste, quelle di Mario Gerbi, un ex giovane collaboratore di Ferruccio Novo, nonchè onesta persona, brillante dirigente sportivo e consigliere della Lega Calcio. Ma l'era Gerbi durerà solo due anni in cui il pur bravo dirigente non riuscì ad appianare tutte le situazioni pendenti. Alla fine, travolto dalla crisi profonda della squadra, ormai prossima alla B, Gerbi decise di lasciare il Toro nelle mani di Gian Mauro Borsano, un faccendiere vicino a Craxi, e già a capo della Gima, un gruppo immobiliare all'epoca molto grande. Tuttavia, nonstante soli due anni di presidenza e anche la prima dolorosa retrocessione in tempi moderni, a Gerbi il Toro deve tantissimo lo stesso visto che c'è da sottolineare il fatto che lo stesso povero dirigente sarà ricordato per sempre come colui che impedì a Borsano di appropriarsi furbescamente e subdolamente del vecchio e storico Stadio Filadelfia. Infatti il mirabilante Borsano, sul finale della fase di trattativa di acquisto del Toro, voleva intestare il Filadelfia alla sua società Gima ma l'ottimo Gerbi, pur essendo di fatto già fuori dalla società, lottò con tutte le sue forze, impugnando carte, smuovendo le varie autorità e le sedi opportune, finchè Borsano non fece definitivamente marcia indietro dai suoi loschi propositi.
Quindi se un luogo sacro come Il vecchio Filadelfia è salvo e tuttora di proprietà del Toro, questo è grazie solo a Mario Gerbi: lui lo riscattò dalla Federazione italiana alla cifra simbolica di 30 Milioni di Lire, sempre lui lo difese con tutte le forze dalle mani di chi né avrebbe fatto chissà che.
Proseguendo ll cammino verso il baratro, c'è da dire che il Toro, precipitato in B l'anno prima, sotto la guida di Borsano ritorna subito in Serie A, centra una finale di Coppa Uefa e vince anche una Mitropa Cup e una Coppa Italia. Ma non è tutto oro ciò che luccica, infatti la pace sotto la Mole dura poco e nel 1992 non solo tutti i nodi vengono al pettine, ma più che altro il popolo granata purtroppo conosce amaramente chi è realmente Borsano. Infatti, nonostante che Borsano fosse stato eletto nelle fila di Craxi alla Camera dei Deputati, riceve una autorizzazione a procedere dalla medesima per bancarotta fraudolenta: è la fine. In fondo che cosa c'è da dire di uno che neanche la casta della politica, sempre molto incline a pararsi il deretano a vicenda e a farsi favori come un qualsiasi clan mafioso, ha voluto proteggere? Incommentabile? Indifendibile? Di più, di più, molto di più...Con il crollo prima e la deriva etica e morale poi del suo President, e anche la crisi vera o presunta di tutte le sue attività, anche il Toro non potè essere immune dal fiume di fango in cui si era ficcato Borsano e pertanto, per un disperato bisogno di soldi, il Club granata vende immediatamente i grossi calibri quali Lentini, Benedetti, Cravero, Policano e Bresciani, in parole povere la squadra in blocco. Poi, una volta perfezionato il vendi tutto, per tutta risposta, il buon Borsano, tra la furia del popolo granata e la tributaria alle calcagna, con una scena da film polizziottesco anni 70 fuggì letteralmente da Torino vendendo la squadra ad un altro signore che amava, e a quanto sembra ama ancora, vivere sul filo sottile della legalità: stiamo parlando dell'allora 35enne notaio Roberto Goveani, noto anche per essere stato il Presidente più giovene della Serie A. L'era Borsano finisce così, tra carte bollate, fughe, tribunale e patrie galere. Successivamente le cronache ci racconteranno di un Borsano che nè combinerà una dietro l'altra, entrando e uscendo di galera fino ai giorni nostri.
Ma la presidenza del notaio dura poco, anzi pochissimo, visto che Goveani tenne la squadra un solo anno. Infatti anche il giovane Presidente fu travolto dallo scandalo relativo all'acquisizione del Toro per presunta appropriazione indebita, falso in bilancio e bancarotta fraudolenta. Anche lui, come Borsano, finirà in galera, arrestato nel 1994 ma poi assolto nel 2008. Per la cronaca, dopo aver fatto un'altro paio di esperienze calcistiche tra i semiprofessionisti, nel 2013 Goveani è stato sospeso per un anno dall'ordine dei notai per gravi irregolarità quali le sottrazioni di denaro, si dice per diversi milioni di Euro, che alcuni suoi clienti gli avevano dato per pagare le loro imposte.
Tra mille dubbi, preoccupazioni e un futuro incerto, la storia del Toro tira avanti tra la fede incrollabile del proprio popolo e dopo la breve era di Goveani vi furono tre anni di Gianmarco Calleri, già Presidente della Lazio, purtroppo conditi da un'altra retrocessione in Serie B. Ma non c'è pace e mentre la situazione del sodalizio granata è già molto critica il Toro finisce nelle mani di Massimo Vidulich, un semisconosciuto giovanotto genovese tutto chiacchere e promesse non mantenute che, insieme ad altri due o tre soggetti a lui vicini, rilevò il Toro per poi lasciarne la Presidenza solo un anno dopo, ormai svuotato di ogni sua risorsa e alla canna del gas, a Giuseppe Aghemo, il primo Presidente esecutivo dell'era Ciminelli.
Aghemo, illustre persona e sportivo appassionato, si occupò in prima persona del passaggio del pacchetto di maggioranza del Toro dalle mani di Vidulich a quelle dI Francesco Cimminelli, a sua volta invitato all'acquisto del Club granata dall'amico Paolo Cantarella, all'epoca amministratore delegato della Fiat ma anche noto tifoso granata. Sbrigato l'iter burocratico e perfezionate le carte necessarie al passaggio di mano del Club, dopo un paio di settimane Aghemo si fa da parte rimettendo il proprio mandato nelle mani di Cimminelli che, tra lo stupore generale, offre la Presidenza del Torino Football Club ad Attilio Romero, un signore tristemente noto al popolo granata e al mondo intero per essere colui che 33 anni prima ebbe un ruolo determinante nel terribile incidente stradale in cui rimasero investiti i calciatori granata Poletti e la stella Gigi Meroni, con quest'ultimo che purtroppo morì tragicamnete grazie alle gravi ferite riportate a causa dei vari urti. Il Toro, dopo aver pianto a non finire gli eroi di Superga, stavolta versa fiumi di lacrime per il povero Gigi Meroni, un giovane giocatore dal genio illuminante e dalla classe cristallina che non sapremo mai dove sarebbe arrivato.
La gestione Ciminelli parte dalla Serie B, in cui il Toro era retrocesso al culmine della disastrosa stagione 1999-2000, ma una volta risalita la china, dopo soli due anni in Serie A la squadra conclude all'ultimo posto la stagione 2002-2003, e dopo ben 4 allenatori licenziati, retrocede ancora in Serie B.
Il popolo granata sbotta, non ci sta e questa volta va su tutte le furie: la protesta, civilissima, monta il 4 Maggio 2003, il giorno in cui ricorreva il 54° anno della tragedia di Superga.
Quel giorno oltre 50.000 persone si riversarono per le strade di Torino e partendo unite e serrate dalle rovine dello Storico Stadio Filadelfia, luogo sacro per i colori granata, toccarono tutti i luoghi culto della memoria e dell'identità granata come la lapide commemorativa di Gigi Meroni e la collina di Superga, dove lo stesso giorno di 54 anni prima perirono tragicamente Capitan Valentino e tutti i ragazzi di Ferruccio Novo.
La cosa ebbe del clamoroso, infatti non si era mai vista una manifestazione di protesta così grande per una questione sportiva tanto che il record di 30.000 fiaccole contro Vittorio Cecchi Gori, registrato anni prima per le strade di Firenze, venne quasi raddoppiato in quel di Superga dall'esaperato e giustamente indignato popolo granata.
L'era Cimminelli termina miseramente con due anni di Serie B al termine dei quali la gloriosa società granata Torino Football Club 1906 purtroppo cesserà di vivere a causa dei debiti insanabili e quindi costretta al fallimento.
Dopo un breve regno dell' Avvocato Pierluigi Marengo e la sua opera che traghettò la neonata società granata attraverso il Lodo Petrucci, ripartendo dalla Serie B per meriti sportivi, il nuovo Toro passa nelle mani dell'attuale Presidente Urbano Cairo.
L'ERA CAIRO FINO AI GIORNI NOSTRI
Urbano Cairo, fondatore dell'omonimo gruppo editoriale e imprenditore impegnato tra l'altro nella comunicazione, sta tuttora ricoprendo la carica di Presidente del resuscitato Torino Football Club 1906.
I numeri ci dicono che la sua esperienza come Presidente granata vanta alterne fortune e che in dieci anni di sua gestione la squadra ha disputato 6 campionati di Serie A, compreso questo, e 4 di Serie B.
In perenne conflitto con buona parte della tifoseria organizzata del Toro, e non solo, secondo molti del popolo granata Urbano Cairo non è mai riuscito a tirare fuori la giusta verve in grado di contagiare tutto l'ambiente; in parole povere Cairo non sembra essere un dirigente capace di accendere i sogni della sua tifoseria.
Alla guida del Club granata ormai da un decennio, in effetti Cairo e i suoi collaboratori di turno non sono mai riusciti a portare il Torino nelle zone alte della classifica, fatta eccezione per la stagione passata che ha visto il team di Giampiero Ventura concludere al settimo posto e centrare la qualificazione all'Europa League, anche se grazie a una penalizzazione, come da legge, per mancati pagamenti di alcuni contributi fiscali da parte del Parma.
La squadra del Toro specialmente da quando è in mano a Ventura, ha dimostrato in più occasioni che con qualche investimento mirato potrebbe concorrere più o meno in pianta stabile per un posto in Europa League e comunque fare bene in tutte le manifestazioni.
Tanto per fare un esempio calzante, possiamo serenamente dire che la squadra granata dell'anno scorso, un team abbastanza attrezzato, ma anche ben plasmato dal tecnico genovese, vantava per altro alcune individualità decisamente di primo livello, in testa la coppia di attacco Cerci-Immobile che tanto bene a fatto.
Infatti con un attacco del genere, con 35 reti il più prolifico della Serie A a parimerito con quello dei gobbi campioni d'Italia, il duo di attacco granata ha di gran lunga superato i reparti offensivi di squadre complessivamente molto più attrezzate e facoltose del Toro e che ad inizio stagione erano date in lotta per lo scudetto: Napoli e Roma su tutte.
Tecnicamente la coppia Cerci-Immobile era perfetta, ben assortita e sicuramente un tandem su cui lavorare, e perchè no, da trattare con assoluta decisione e voglia per tentare fino in fondo di farlo rimanere sotto la Mole ancora un annetto, questo anche in vista dell'Europa League e il conseguente triplo impegno, leggi campionato e Coppa Italia, tutti compiti in cui in effetti il Toro, un po' preciso di rosa, si sta districando a fatica.
Chiaro è che le sirene per Cerci ed Immobile c'erano, e anche importanti, ma alla luce di tutto quanto sta accadendo loro quest'anno c'è da dire che un'altro anno a Torino dei due non avrebbe altro che fatto il bene di tutti, in primis del Toro che, con soli 16 goal all'attivo ad oggi è una delle squadre che segna meno in Serie A, da li la posizione di classifica tranquilla che occupa ma niente più.
Insomma, nel finale della gestione targata 2013/14, c'è da capire come mai Cairo non abbia messo niente sul tavolo delle trattative prima di perdere Cerci e Immobile ma anche quanto e se è stato abile o meno il DS Petrachi, in primis a cercare di far ragionare i due calciatori, ma più che altro per il ruolo che ha avuto nella caccia ai sostituti adeguati una volta venduti rispettivamente a Borussia Dortmund e Atletico Madrid, della serie, se è stata tutta farina del suo sacco, allora meglio cambiare mestiere.
Crediamo che Cairo, pur nelle oggettive difficoltà generali a tenere due giocatori simili, specialmente Immobile che era a metà con i gobbi, dovesse lottare di più, parlare di più, agire di più, anche e soprattutto nei confronti della Juventus a cui di Immobile non importava più nulla da anni se non per intascare subito i 10 milioni di Euro per la propria metà. Ma Cairo e Petrachi dovevano pretendere e fare di più e pertanto discutere con la Juventus come mai e soprattutto grazie a chi, in quel momento, Giugno 2014, Marotta si apprestava ad intascare un cospicuo assegno dalla cessione di Immobile al Borussia, invece di percepire "soli" 2 milioni o 2,5, ad essere ottimisti, che avrebbe percepito se invece il Toro non avesse ricostruito, rivitalizzato e riciclato un giocatore come Immobile che da punta con del potenziale e niente più è divenuto capocannoniere della Serie A con 22 reti e zero rigori fino ad arrivare alla nazionale.
Era lì che Cairo doveva agire e battere il chiodo, conseguentemente, con Cerci tutto sarebbe stato più facile, invece anche lui, per bocca di Petrachi "incedibile" è stato venduto a fine mercato quando ormai andare a cercare un sostituo era impossibile: da li le operazioni low cost, Quagliarella prima e Amauri poi.
Ad oggi non sappiamo ancora se il Presidente granata abbia proposto o meno un rinnovo contrattuale a Cerci e Immobile, magari con una opportuna clausola rescissoria che nel Giugno 2015 gli avrebbe permesso di accasarsi ugualmente altrove, ma probabilmente non lo ha fatto o se lo ha fatto lo fatto male.
E' molto difficile per un tifoso appassionato cercare di capire queste cose e tutto quello che c'è dietro e questo a prescindere dalla buona volontà che questo possa mettere.
Nei vari salotti tv e nelle varie trasmissioni a tema, sia nazionale che a carattere regionale, fior di informati o presunti tali molte volte si riempiono la bocca con paroloni che solitamente invitano alla calma e al rispetto dei propri ruoli. Ma quali ruoli?
Ebbene, spesso però è la tifoseria l'oggetto di discussione in quanto al tifoso non solo si chiede giustamente il rispetto delle leggi, delle mille regole e un milione di difficoltà per tenere in piedi uno straccio di Club organizzato, pena daspi ridicoli e quanto altro, ma tutto questo lo si chiede a fronte di prezzi elevati, strutture fatiscenti e Presidenti e Dirigenti vari che vivono letteralmente fuori dal mondo, tanto sono impreparati e incapaci di rendere migliore il mondo del calcio italiano. In compenso certi dirigenti parlano di opportunità, di un calcio migliore di modelli all'inglese da imitare, il tutto senza rendersi conto (?) che l'Inghilterra non è solo oltremanica ma che calcisticamente è letteralmente su un'altro pianeta.
Infatti oltremanica i Presidenti di Club non solo sono obbligati a tenere un comportamento decente nella gestione delle strutture, quali stadi e campi di allenamento, ma anche nella gestione delle infrastrutture societarie, e questo a 360°; a partire dalle scuole calcio fino alla contabilità del Club.
Noi crediamo che Urbano Cairo non abbia granchè presente il ruolo che sta svolgendo ma soprattutto per quale società.
Essere il massimo dirigente del Toro dovrebbe fornire automaticamente una carica pazzesca ma per Cairo non sembra essere così, e non parliamo solo di investimenti per potenziare la squadra.
Certo è che Cairo, con le sue possibilità, potrebbe fare decisamente meglio anche come investimenti per migliorare la squadra, ma lasciamo perdere questo discorso e anche i quasi 9 milioni di attivo ottenuti durante la campagna trasferimenti della scorsa estate e mai spesi nonostante tutto, con l'Europa da affrontare, siano stati venduti i due gioielli della squadra, per altro senza rimpiazzarli a dovere.
Crediamo che Cairo faccia troppo affidamento sulle doti del suo allenatore ma Ventura, pur bravo e preparato che sia, non é un mago e neppure potrà fare sempre i miracoli e quindi la massima attenzione a quello che sta succedendo da parte del Presidente sarebbe dovuta.
Detto questo, concludiamo dicendo che Cairo dovrebbe studiarsi, e bene, da capo a piedi la storia del Toro, e poi sfoderare entusiasmo e passione, ma soprattutto rispettare i suoi tifosi.
Sicuramente il Presidente Cairo ha fatto breccia in quei tifosi più timorosi del recente passato e a cui questa paventata stabilità va bene solo perchè potrebbe andare peggio. Ma per altri tutto questo è vivacchiare e non vivere a pieno il Toro se non per la maglia.
La Maratona che si sta svuotando, i focolai di contestazione e anche qualche insofferenza tra i vari gruppi organizzati del tifo granata, sono tutti segnali che ci dicono che a Torino c'è bisogno della mano e la presenza di un Presidente con la P maiuscola, serio e motivato; ebbene se Urbano Cairo si rispecchia in questo allora che tiri fuori gli attributi e lo dimostri, altrimenti che passi la mano perchè il Toro merita decisamente di più, questo a prescindere dal fatto che la gente passa ma il Toro rimane nonostante tutto e tutti.
Sopra abbiamo voluto ripercorrere le tappe del Toro post Superga per far capire a chi non è vicino al Toro e ai nostri tifosi più giovani quanto abbia sofferto il popolo granata ma anche quanto sia legato alla sua squadra nonostante tutto quello che ha passato.
Specialmente i tifosi più giovani, abituati a captare notizie sintetiche, trasmesse anche con poco cuore e poesia dai social e dai media attuali, farebbero bene a leggersi a fondo la vera storia della loro squadra, qualunque essa sia, eccetto una.
Le proprie radici e la propria storia sono il sale per un popolo ed è solo attraverso di eese che nascono lo spirito di appartenenza e l'identità.
Se i giovani ultrà di oggi si tuffassero a capofitto nella storia e parlassero di più con i loro leader del passato, allora ci sarebbe più ricambio generazionale e quindi continuità, questo con leggi restrittive e non.
Attraverso la storia e la memoria storica della sua società e della sua tifoseria, migliaia di giovani imparerebbero molto e i tifosi allo stadio aumenterebbero.
Chi non ha nulla da imparare sono i gobbi, in quanto la loro storia vanta solo corruzione e disonestà fuori e dentro il campo e doping, in quel caso pietoso e più che da imparare c'è da vomitare!
Ecco perchè il Toro merita di più.